VIOLA: il primo album dei Purple Head è un salto consapevole verso un ignoto da esplorare

Scritto da il 03/11/2026

Con il loro primo album, la band attraversa fragilità, conflitti interiori e cambiamento, dando vita a un racconto collettivo che intreccia rock, elettronica e cantautorato.

Nati tra Ladispoli e Cerveteri tra il 2020 e il 2021, i Purple Head sono una band che ha scelto fin dall’inizio di non lasciarsi definire da etichette o confini musicali. Il progetto prende forma dall’incontro di percorsi e influenze differenti, accomunati dalla volontà di costruire un’identità sonora libera e personale.

Purple Head

Il risultato è VIOLA, il loro primo album, un lavoro che mette al centro fragilità, contraddizioni, emozioni e trasformazione. Un disco nato spontaneamente, quasi come una confessione, in cui le esperienze individuali diventano un racconto condiviso. Tra contaminazioni rock, elettroniche e cantautorali, i Purple Head costruiscono un universo musicale in cui introspezione ed energia convivono, lasciando spazio tanto alla dimensione più intima quanto a quella collettiva del live.

Abbiamo incontrato la band per parlare della nascita del progetto, del percorso creativo che ha portato alla realizzazione di VIOLA e delle direzioni che immaginano per il futuro.

Dall’incontro alla costruzione dell’album

I Purple Head nascono tra il 2020 e il 2021, in un periodo particolare per la musica e la socialità, con il desiderio di costruire un progetto libero da etichette. Come vi siete incontrati e come avete iniziato a definire una vostra identità sonora?

Il gruppo nasce tra Ladispoli e Cerveteri. Valentina e Lorenzo avevano già suonato insieme in precedenti formazioni, mentre Simone e Paolo sono fratelli e sono cresciuti circondati dagli strumenti musicali. Ognuno proveniva da generi diversi e sentiva l’esigenza di creare qualcosa che gli stesse davvero bene addosso. Alberto, l’ultimo arrivato, ha aggiunto quel groove di pancia, ma allo stesso tempo infinitamente tecnico, portando nuove idee e armonie.

Il vostro primo album, VIOLA, trasforma fragilità, conflitti interiori e cambiamento in un racconto condiviso. Quando avete capito che queste esperienze potevano diventare il filo conduttore di un intero disco? E quanto è stato importante mettervi a nudo anche tra di voi?

Non ci siamo soffermati troppo a pensare a cosa fosse giusto o meglio fare: abbiamo semplicemente tirato fuori quello che avevamo dentro, scegliendo di essere sinceri prima di tutto con noi stessi. Il caso ha voluto che ognuno di noi accogliesse l’altro, aggiungendo qualcosa di proprio, non soltanto dal punto di vista musicale. La vera essenza di un disco non è fatta solo di musica e parole. Sono state le emozioni contrastanti, ma vere e intense, a creare quello che oggi è VIOLA.

Un suono senza etichette

Avete descritto VIOLA come un disco nato «di getto», quasi fosse un amico a cui confidare paure e debolezze. Musicalmente, invece, intreccia rock, elettronica e cantautorato, con influenze molto diverse tra loro. Come siete riusciti a far convivere queste dimensioni nella ricerca di un suono personale?

Si tratta di un confronto costante tra più teste. La ricerca è molto naturale e le influenze confluiscono semplicemente grazie al tocco personale di ciascuno di noi. Cerchiamo di inserire quello che serve alla canzone e, inevitabilmente, il nostro linguaggio è influenzato anche da ciò che ci ha formato. Esistono alcuni suoni, o modi di processarli, che riescono ad amalgamare molto bene questi generi così diversi: fondamentalmente perché ci piacciono e quindi li utilizziamo spesso. Possiamo solo augurarci che il risultato sia un suono personale!

Il disco attraversa momenti di solitudine e conflitto, ma anche il bisogno di cambiare e ricominciare. Nel brano omonimo, questa trasformazione diventa una rivoluzione che parte da sé stessi. Che cosa rappresenta oggi VIOLA per voi e quanto vi ha cambiati il percorso che vi ha portato a scriverlo?

Viola è un brano che ha cambiato forma molte volte. La sua essenza era già lì, davanti a noi, ma siamo riusciti a trovarla durante una giornata trascorsa in studio. Oggi rappresenta, oltre che un grande passo in avanti a livello sonoro, un salto consapevole verso un ignoto ancora da esplorare. La vera consapevolezza che abbiamo raggiunto è quella di essere pronti a cambiare di nuovo, senza porci limiti né domande.

la band in studio

Dal disco al palco: la musica come esperienza collettiva

Avete già portato VIOLA dal vivo prima della sua uscita, il 10 ottobre al WALLA². Che effetto vi ha fatto condividere con il pubblico canzoni così personali? C’è stata una reazione o un episodio che vi ha fatto scoprire qualcosa di nuovo sui vostri brani?

Siamo consapevoli che non è musica fatta per scalare le classifiche, ma notiamo che sempre più artisti sentono il bisogno di azzerare i canoni imposti dalle vette. Viola, ad oggi, è uno dei brani più ascoltati dell’album e forse questo è già qualcosa di enorme.

Quella al WALLA² è stata sicuramente una delle serate più belle che potessimo realizzare. Le persone presenti ci vogliono bene e credono in noi, e questa sensazione è indescrivibile. Siamo profondamente grati a tutti e non vediamo l’ora di vivere altre serate così. Giungla, ormai, la cantano tutti: sotto il palco si crea un caos immenso, la gente si muove come noi e questo ci gasa da morire!

Il vostro universo sonoro alterna atmosfere introspettive, contaminazioni elettroniche e momenti più istintivi. Come si sono trasformati i brani nel passaggio dallo studio al palco? E quale esperienza vorreste far vivere a chi vi ascolta dal vivo?

In questo caso, i brani dell’album erano già stati scritti prima di entrare in studio, ad eccezione di Don Camillo. Alcuni, però, durante la fase di registrazione hanno subito un vero e proprio restyling, fortemente orientato all’energia che volevamo trasmettere dal vivo, come nel caso di Rumore e Viola.

Sul palco diamo tutto quello che abbiamo. Vorremmo che le persone si divertissero e potessero immergersi per un’ora nella nostra musica, lasciandosi sorprendere e muovendosi allo stesso ritmo degli altri. Ci piacerebbe trasmettere la consapevolezza che il coinvolgimento, fisico o meno, e un’esperienza apparentemente irrazionale e istintiva possano assorbire, anche solo per un momento, il dolore.

Questo non significa che il dolore scompaia, ma che esiste sempre la possibilità di reagire in modo positivo. Per noi è importante creare un momento di energia collettiva, perché la musica è già, di per sé, una forma di celebrazione.

VIOLA: il primo album dei Purple Head

Guardare oltre VIOLA

Con questo album avete dato una prima forma alla vostra identità, raccontando un cambiamento che non si esaurisce in un punto di arrivo. Guardando al futuro, quali direzioni vorreste esplorare come Purple Head e che cosa sperate rimanga a chi ascolterà questo disco?

Ci piacerebbe che l’ascolto di VIOLA smuovesse qualcosa. Per quanto riguarda il futuro, vorremmo sperimentare di tutto: approfondire le atmosfere che sono già in parte presenti nel disco e portarle all’ennesima potenza, attraverso suoni ancora più eterei. Allo stesso tempo, vorremmo mantenere una solida base ritmica su cui svilupparle, ma anche inserirci in composizioni leggere, classicamente italiane.

VIOLA: il primo album dei Purple Head

Con VIOLA, i Purple Head non sembrano voler raggiungere un punto d’arrivo, quanto piuttosto aprire nuove possibilità. Un disco che nasce dall’esigenza di raccontarsi senza filtri e che trova nel confronto con gli altri la propria dimensione più autentica. Perché, se il cambiamento è prima di tutto un percorso individuale, è nella condivisione che può trasformarsi in qualcosa di collettivo.

A cura di Sofia Melaranci – Around The Pop


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