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Strappate l’etichetta

10 marzo 2018 Around The Pop


Un’etichetta, insomma, che cos’è mai un’ etichetta? Un apostrofo tra le parole l’artista. E ci può anche stare, logicamente. Così come logicamente si è sorvolato sul colore: niente rosa e quant’altro, solo un’ombra sbiadita nella sua indefinitezza. Scolorita, ecco: sembra essere l’attributo giusto. L’etichetta musicale è un po’ la metafora di una critica sempre pronta ad organizzare concetti dentro categorie, senza preoccuparsi della sostanza: il problema è che tra i concetti ora c’è finita pure la musica, quanto di più anarchico e inqualificabile esista nella sua natura multiforme e creativa. Così indie, rock, reggaeton, pop, latino: sono tutte vie che portano comunque nella stessa direzione, quella del mainstream: un universo fatto di intrecci e che non bada a definizioni di alcun genere. E tra questo confuso universo italiano, due stelle: Coez e i Thegiornalisti. Così lontani, così vicini.

Stando alla dura legge dell’etichetta, si direbbe che la diversità sta nel genere, ma di fatto cadremmo di nuovo dentro i soliti stereotipi musicali. Perché se è vero che una base rap (o qualcosa che comunque le assomigli) ha un sound oggettivamente diverso da qualsiasi altra, voi come definireste le basi dei Thegiornalisti? E soprattutto, definireste rap i pezzi di Coez? Domande che sinceramente suonano un tantino amletiche pur nella loro – apparente – banalità, perché tutti ci saremmo inconsciamente interrogati su faccende di questa natura, e in quell’occasione tutti ci saremmo (inconsciamente) convinti di essere certi di una risposta che non c’è. Ma andiamo per ordine.

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Entrambi interpreti del cantautorato romano, Coez e i Thegiornalisti sono fenomeni musicali che vengono su da radici strutturalmente perché culturalmente diverse. Gli esordi del primo sono segnati e anzi graffiati  da una musicalità piuttosto underground che richiama i rumori della strada, i principi dei murales con cui Silvano si divertiva ad imbrattare mezza città: e allora Coez era ancora soltanto una street tag. Guarda caso la svolta coincide col fomentarsi dei toni di denuncia, per cui in Nella Casa (presente in Figlio di Nessuno, primo album in studio di Coez) il rapper dalla timidezza fumantina, che intanto oltre a scrivere in gruppo s’è messo pure in proprio, si scaglia frontalmente contro il panorama delle case discografiche, sancendo il botto che si fa sentire, alzando la voce così da imporre tutto intorno un silenzio che richiama l’ascolto e incoraggia la considerazione. Del resto, generalizzando come piace fare oggi, è il destino del rap, quello d.o.c.: alzare di grado l’asticella dello scontro dialettico fino ad arrivare a quel bivio in cui o tutto o niente, indifferenza o successo. Ma si sa, i bivi ti cambiano, semplicemente perché scegliere è vivere ma anche un po’ morire, nel dovere della rinuncia: quindi il successo di Coez si è tradotto in conformistica adesione a quel tutto musicale che significa la galassia del pop di fatto scostandosi gradualmente da quel rap così aggressivo, che ha assunto punte più melodiche. Niente schemi, niente definizioni: niente etichette. Faccio un casino è la sintesi perfetta del nostro discorso: di nome e di fatto, o meglio, di nome perché di fatto. Il titolo dell’album infatti, a detta dell’autore, non è casuale ma rimanda ai tanti e diversi spunti musicali che determinano quello che in molti hanno definito il “caos ordinato di Coez”. Un casino positivo, insomma: un casino che è arte allo stato puro.

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Dunque che dire dei secondi in ordine di presentazione, i Thegiornalisti? Ci piace presentarli come emblema di un grande paradosso, quello della rivendicazione del diverso infine accettato dalla massa degli uguali. Il caso-Thegiornalisti è forse quanto più estremamente rasenta il fenomeno di quella musica che oggi si definisce indie: indipendente, appunto, o alternativa, fate voi. Ad ogni modo si fa riferimento ad una produzione che sceglie consapevolmente di non aderire ai modelli culturali del momento, proponendosi come colonna sonora di uno stile di vita alternativo che fa di questo carattere alter e settoriale il suo vero punto di forza. Ma la storia musicale della band di Tommaso Paradiso dimostra la vacuità di questa definizione: da Vol. 1 a Completamente sold out è tutto un percorso evolutivo che si articola tra suoni retrò  finalizzati ad esaltare il testo e le parole, fino al quasi totale svuotamento in stile commerciale di cui la hit Riccione  è esempio significativo. L’alba di una nuova era rispetto a quella tradizionale di un prototipico cantautorato british  è segnata da Fuori Campo, che è un po’ il crocevia della carriera dei Thegiornalisti: buona parte della chitarra viene sostituita dal sintetizzatore, il suono della batteria abbraccia il vibrato ipnotico e sognante dei loop elettronici, e il gioco è fatto. Il gioco, sì, ma di che genere? La domanda continua ad essere la stessa mentre continua a non esserci una risposta. O forse sì: forse la risposta giusta sta proprio nel non averne una. Così anche per i Thegiornalisti arriviamo a parlare di un’omologazione di matrice popolare che batte una via di mezzo, una serie di sottili sfumature: tra la strada e le stelle, non a caso.

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Quant’è difficile convivere con l’incertezza, restarsene appesi sul filo dell’incapacità di giudizio. Come se tutto ciò che ci sfuggisse fosse necessariamente una mancanza. Ci si dovrebbe chiedere: che bisogno c’è?  Che bisogno c’è di dare un nome alla musica che è arte, quando l’arte ha già un nome. Che bisogno c’è di organizzare tutto il sapere dentro cassetti che tanto non si chiudono, perché dentro c’è tanta, troppa roba, perché ci sono storie diverse da raccontare, e versi e basi e strumenti ogni volta diversi, e allora spesso avere un’identità definita sa pure di noioso, ha un sapore scontato, un tono monocorde, un’inerzia nulla nella sua severa immobilità. L’ibridazione e l’eclettismo musicale nascondono il senso dell’infinita possibilità dietro la forma del limite.

E allora bisognerebbe fare come coi vestiti nuovi: strappare l’etichetta. Che se rimane dentro è inutile, oltre ad sempre così fastidiosa.

 

Simone Fabrizi

 


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