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Non gli avete fatto niente

11 febbraio 2018 Around The Pop


Che sarebbe successo lo si percepiva. Ne parlavano pronostici e sondaggi, ne parlava direttamente l’entusiasmo diffuso tra i consensi dell’Ariston e quelli del pubblico sovrano: il televoto non ha fatto che aggiungere credito ad aspettative che non sono state tradite, a promesse infine mantenute. Così che Ermal Meta e Fabrizio Moro abbiano trionfato alla sessantottesima edizione del Festival di Sanremo quasi non fa notizia, si direbbe. Quasi. Perché il loro petrarchesco cammino nella ligure città fiorita è stato impervio e tutto in salita, ma proprio per questo – paradossalmente – rapido, spedito in discesa a tagliare il traguardo più importante e sbaragliare la folta concorrenza. O meglio, ci sono tanti motivi per cui Non mi avete fatto niente è stata decretata la canzone sanremese di quest’anno, tra gli altri – non ultimo – il polverone mediatico alzato intorno all’affaire-plagio, che però s’è rivelato insulso tentativo di gettare fumo negli occhi a rendere solo tutto più allettante nel suo carattere confuso, apologia di uno shakespeariano tanto rumore per nulla.

ilfogliettone.it

Non gli avete fatto niente. Per traslato il messaggio è come un pronostico dei fatti accaduti che s’articola dal titolo, pur sempre privato della punta di dramma di cui si fa portavoce, certo. Dopo una paventata esclusione dalla gara che li ha costretti alla sospensione per una serata – la seconda – «in attesa di giudizio», Meta e Moro hanno saputo sanare il debito di un’esibizione trasformando la rabbia di destabilizzazione in vigore positivo, urlando in faccia all’opinione pubblica lo sdegno personale insieme con la denuncia pubblica del pezzo. Due caratteri diversi i loro, con l’esuberante, a volte istrionica energia del paroliere romano stemperata dalla timidezza introspettiva del cantautore italoalbanese: il duetto del Festival ha fuso due corpi in un’anima sola (a tal proposito, #Metamoro è l’hashtag che già da giorni sta spopolando sul web), il trionfo ha sancito il matrimonio artistico di carriere parallele che si guardavano da lontano, di sfuggita, prima di sostenersi vicendevolmente lo sguardo, faccia a faccia. Introversi entrambi, come da loro confessato in una recente intervista, ma ciononostante inflessibili, duri a morire: anche se, per ammissione dei diretti interessati, la vittoria sanremese «non è stato un riscatto», senza dubbio un poco gli assomiglia.

rollingstone.it

Non gli avete tolto niente. Date a Cesare quel che è di Cesare: e non è né retorica né una citazione evangelica, solo constatazione della legittimità di un fatto. È indubbio che il voto del popolo sovrano sia sempre flessibile ad una non trascurabile condizionale di soggettività, per cui se una canzone piace a me non necessariamente deve essere lo stesso per te. Sembra però fuori discussione che tra tutti i pezzi in gara quello in questione godesse di credenziali di vittoria più evidenti nella lineare cripticità del significato che trasmette: il risultato è una magistrale base pop-rock che scandisce in toni moderni antiche fratture sociopolitiche che fanno da sfondo all’attuale cronaca del terrorismo. Per questo il Leone d’Oro sembra il giusto riconoscimento reso dal pubblico votante e infine avallato anche dalla critica, la stessa che aveva provveduto a bombardare la canzone in gara minandone il percorso nella competizione. Una vittoria che ha tanti destinatari: la casa discografica di Ermal, il figlio Libero di Fabrizio, ma – e diremmo soprattutto, dato gli accadimenti – Andrea Febo, il terzo autore del brano coinvolto nelle vicende dal suo dietro le quinte. Insomma plaudite, popolo italiano: come avrete fatto ieri, come avrete fatto per una settimana intera.

corriere.it

Oltre tutto, oltre la gente. Che sapore hanno le vittorie dipende dall’appetito della sfida, certo. E Sanremo è proprio un bel piatto da servire, perché se è vero com’è che il Festival  è «della canzone italiana», lo è altrettanto che il successo sul palco dell’Ariston sancisce l’apoteosi artistica del cantante made in Italy: quando destina un cantante al ruolo di leggenda, quando ne suggella la già rodata carriera musicale, quando lancia nuovi prospetti, quando formalizza diffuse scommesse nazionali su talenti in volo a mezz’altezza, spingendoli finalmente ad alta quota. Da Nilla Pizzi a Gabbani il menu è lungo, lunghissimo: e ce n’è per tutti i gusti. Il successo di Metamoro aggiorna l’offerta per quantità e qualitativamente ne migliora il servizio: per Fabrizio è la seconda volta, dopo Pensa del 2007, per Ermal la prima, dopo esser salito l’anno scorso sul gradino più basso del podio con Vietato morire. Curioso. Dalla denuncia di «cosa nostra» a quella dei contemporanei attentati di matrice islamica, passando per la cronistoria di un’infanzia violenta, temi e racconti diversi legati dall’esaltazione della vita che dal dolore è solo eclissata, non certo sopraffatta. Allora si potrebbe dire che Non mi avete fatto niente rappresenta la sintesi di toni precedenti, il controcanto di canti già cantati: al di là dei limiti che tengono distinti luce e ombra, speranze e rassegnazioni, al di là delle infamanti e deplorevoli accuse della massa alla stampa e ai microfoni. Oltre tutto e oltretutto trionfante.

vevo.com

Non avete avuto niente. Dopo recenti, sporadiche recriminazioni, la commissione d’inchiesta del Festival aveva decretato la sospensione di Metamoro dalla gara, decretandone il rinvio del secondo appuntamento col palco previsto per lo scorso 8 febbraio. Stando al regolamento tradizionale, infatti, Non mi avete fatto niente avrebbe dovuto essere tagliata fuori dalla competizione perché – di fatto – riprende para e patta un’intera strofa di Silenzio, canzone presentata da Ambra Calvani e Gabriele De Pascali al Sanremo Giovani del 2016 – pezzo che, tra l’altro, conta di nuovo Andrea Febo tra gli autori: il che non avrebbe reso nuovo il pezzo. Ma la riforma strutturale ordita dal Baglioni neodirettore artistico ha previsto tra le altre cose una rivisitazione delle norme, tale da consentire «l’utilizzo di stralci di canzoni già edite nei limiti di un terzo della canzone nuova», come sottolineato da Claudio Fasulo, vicedirettore di Rai Uno. Tutto assolutamente regolare, dunque. Senza considerare che i due cantanti hanno sempre mantenuto un profilo basso pur camminandosene a testa alta, ritenendo le critiche inopportune e vigliacche perché tese a macchiare la loro dignità cantautoriale: oltretutto, avevano garantito, Non mi avete fatto niente fa parte di un progetto di più ampio respiro e solo occasionalmente è stata proposta all’organizzazione dell’Ariston; tradotto, non è stata scritta appositamente per Sanremo. Tant’è: le chiacchiere stanno a zero, restano i fatti. E quelli sì che valgono più di qualsiasi critica.

giornalettismo.com

Perché tutto va oltre le vostre inutili guerre. Il retroscena che giustifica il perché del falso allarme-plagio è un aneddoto commovente che merita di essere raccontato. La strofa galeotta passata al vaglio della commissione sanremese («Non mi avete fatto niente/non mi avete tolto niente/questa è la mia vita che va avanti, oltre tutto e oltre la gente») rappresenta lo stralcio della lettera strappalacrime di un sopravvissuto alla strage del Bataclan, che nell’attentato terroristico ha perso la moglie, seduta accanto a lui durante il concerto finito nel sangue. «Non avrete il mio odio»: questo il senso dell’appello, che è il nocciolo della canzone. Non esiste odio ma apatia, indifferenza, rispetto ad una violenza gratuita che spegne qualsiasi sentimento, anche quelli di segno negativo: è una recriminazione muta, un grido bisbigliato sottovoce. Così la sofferenza tradisce la forza di una rinascita difficile ma possibile, nel nome di una perdita rispetto alla quale è col distacco, col silenzio che si delegittima la fiera rivendicazione omicida. E allora Non mi avete fatto niente è molto più di una canzone: nel suo piccolo è un documento storico, pietra miliare di un anno – l’ultimo – scosso dal terrore ma che ha comunque saputo andare avanti, di nuovo, ha saputo andare oltre.

Proteggendo la potenza della vita dentro i versi, lasciando che il suono della poesia copra i rumori della guerra.

 

Simone Fabrizi


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