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Trapasso

28 gennaio 2018 Around The Pop


A volte il prezzo della conoscenza è muoversi in precario equilibrio sul filo dell’immaginazione. Saremo più chiari: quest’articolo è concepito per essere vissuto mentre lo si scorre, perché fa del principio dell’immedesimazione la componente necessaria a coglierne il messaggio. Così non ci resta che immaginare, alzandoci in volo dai caratteri del testo a librare leggeri sopra i sobborghi americani del sud, planando tra la musica di un accento di periferia e il colore accecante di un murale qualsiasi. È un viaggio nel tempo tutto particolare, il nostro: si guarda agli ultimi anni ’90 per conoscere meglio l’attualità, come a camminare dritti davanti a sé ma voltati di spalle. E avanziamo indietreggiando, e guardiamo immedesimandoci. Tutt’intorno è territorio di desolazione, apparentemente abbandonato a sé stesso. Qui  si segue il verbo di una cultura soffocata dall’asfalto che pure respira e vive la strada e grazie alla strada, col risultato che una panchina abbandonata alla ruggine o una manciata di vetri rotti sono i versi di poesie che altri si limitano a studiare sui libri. E allora qui si è detto e visto abbastanza: partiamo di nuovo per tornare a noi, con appresso tutto ciò che gli occhi hanno rubato. Ci siamo portati la trap in stiva, non ci resta che conoscerla meglio.

Trap-house
phillywomensbaseball.com

La trap è il manifesto della degradazione alienante, la legittimazione dello statuto di ‘periferico’, ‘marginale’ tradotta in 130 bpm. Questa sua natura traduce la doppia funzione sociale di denuncia e sensibilizzazione, senza che però tra le due esista una delimitazione concettuale. Il trappista rappresenta la coscienza di una povertà totale – economica, sociale, culturale – che non sminuisce ma fortifica, che non ridimensiona ma inorgoglisce. Per questo il flow è un parlato sommesso ma aggressivo, spavaldo nei suoi toni bassi che dal basso sfidano chi sta lassù e nasconde la negligenza dietro la scusa della distanza. Ecco spiegata la base rap, da cui tra l’altro questo genere muove i suoi primissimi passi: ad ogni verso le parole fanno del veleno una rima, perché l’unica via per istituzionalizzare la violenza e il disagio è sputarli addosso a chi non si è mai sporcato la camicia. Da Master P a T.I. – che si ritiene il fondatore della scuola – passando per Outkast e UGK, il trappismo autentico è un’arte per pochi sconfitti vincitori in dignità, questa sconosciuta a cui in molti preferiscono il futile superficiale: è un mondo distorto di cui la vecchia guardia del South si fa interprete, attraverso sub-bassi in stile dab.

T.I.
bizjournals.com

Il presente musicale è frutto della mercificazione del tutto, così anche un genere così di nicchia ha avuto modo di spopolare indossando vesti internazionali, scalando le classifiche, e così facendo – diremmo – perdendo il suo accattivante, tagliente fascino tradizionale. Oggi la trap music si è trasformata in mainstream, il nemico che da sempre ha voluto combattere. Alla luce di questo sorge automatica una riflessione: l’esportazione mondiale del genere di Atlanta è il vizio di una moda che si sostituisce al nobile obiettivo di partenza, è semplice gioco di stereotipi copiaeincollati  da chi – semplicemente – sia in grado di fare un buon uso di rullate e sintetizzatori. Per non rischiare di scivolare nella banalità, ci basta dare uno sguardo alla situazione Spotify: se scorressimo la chart mondiale e cercassimo artisti italiani tra le prime 100 posizioni, ad aprire la lista sarebbe Sfera Ebbasta, estroso e a tratti anarchico rapper di Sesto San Giovanni, tutto glitter, collane e tatuaggi. E la notizia fa tanta più cronaca se si pensa che questo traguardo non era mai stato raggiunto da nessun cantante del nostro paese: del resto gli otto milioni – otto milioni – di ascolti al giorno per un singolo uscito neppure dieci giorni fa (Rockstar, ndr) è roba importante, giusto per usare un eufemismo. Insomma, Sfera spacca, ebbasta. Ma qui in Italia non è certo l’unico.

 

Sfera Ebbasta
rollingstone.it

DPG è molto più di un acronimo: per molti è diventato una sorta di codice fiscale delle coscienze, l’identificativo di un credo, di una forma mentis. Discutibile, per carità, ma tant’è: la notorietà sa il fatto suo e ogni volta parla da sola. Tre lettere che pendono sulle teste di quattro ragazzi, che nonostante la giovanissima età sono forse l’espressione più riuscita dell’arroccamento a difesa del credo tradizionale trappista. A modo loro, certo, con testi spesso vuotati del contenuto, ma questo è vero – se vogliamo – solo stando all’analisi di chi necessita di un contenuto musicale, che poi chissà per quale motivo. La Dark Polo Gang è l’icona-trap moderna, quella di diretta ascendenza dal rap game, la ripetizione di motivi sottratti al mondo consumistico – cash, droga, trend, prostituzione – che sa di ostentazione parodistica, a metà tra l’underground hardcore e l’esasperazione gangsta. Il perché di questa sfida sociale esiste solo nella mente di chi se lo domanda: essere artisti significa produrre un contenuto, che se poi vende tanto meglio. Merito di Sick Luke – su tutti – il beater  del momento che ha fornito alla band romana produzioni vere a garanzia della ribalta: quel «triplo 7» che qua e là ne riempie i pezzi e che fa riferimento al jackpot delle slot machine. Vittoria e soldi, tutto riverso addosso a persone immensamente più piccole del loro straordinario successo, condensato nel cavallino Ralph Lauren delle loro magliette borghesi. Con un patrimonio del genere, hai voglia a comprare gelati. Speriamo che abbiate capito il riferimento.

Dark Polo Gang
youtube.com

Sarà lo strano fascino di un sound particolarmente introspettivo, ma la trap è partita da lontano e ha rivoluzionato tutto, e tutti. Dai rapper ‘di professione’ come Fabri Fibra a star internazionali del calibro di Katy Perry, assidua sperimentatrice di musica, che negli ultimi anni si è avvicinata sensibilmente a questa creatura sfornando in particolare una hit (Dark Horse) in preda ad atmosfere ipnotiche, per certi aspetti quasi mistiche. E allora eccolo, il trapasso, una costante evoluzione sonora che travalica il tempo portandosi dietro significati, valori, emozioni; un’ondata che col tempo erode lo scoglio della tradizione, plasmandolo a seconda delle esigenze, delle voci che ne sono protagoniste.

Allontanandoci dal passato ci portiamo dietro un fenomeno che giusto in tempo abbiamo imbarcato in stiva: troppo grande ora, troppo imponente. Il trapasso come effetto dell’asso-trap, la carta giusta da giocare oggi, sembra. Continuando a camminare di spalle puntando dritti dietro di noi, scommettendo sul dove andare a finire, su cosa andare ad inciampare. Che poi è un po’ la metafora trappista, un percorso cieco terminato con successo viaggiando a ritroso.

D’altronde vi avevamo avvisati, è tutta questione di immedesimazione.

 

Simone Fabrizi


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