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Diversità is the new identità

10 dicembre 2017 Around The Pop


Avete presente la storia dell’altra metà della mela? Bene, si può partire anche da qui. Ogni mela che si rispetti unisce i due emisferi nella tradizionale forma tondeggiante, ragion per cui qualsiasi mela divisa in due spicchi smette di essere una mela, ma è semplicemente mezza mela. Scontato, direste. Forse. È che quest’esempio può servirci per andare più in profondità: perché il nostro modo di percepire e di pensare il mondo deve sempre partire da una visione d’insieme? Perché due metà devono necessariamente ricondursi, per potersi dire mela, restando in alternativa semplicemente delle parti, prive quasi di una loro identità incondizionata, definita, assoluta? Rullo di tamburi: e se davvero la verità stesse nel mezzo? Pensiamoci: magari non è un discorso di retorica opportunistica, magari veramente ciò che è – o ci pare – sfumato e indefinito di per sé definisce l’opinabilità necessaria alla sopravvivenza delle idee. Il pensiero, del resto, si articola a partire dal dubbio: non c’è certezza che rappresenti un punto di arrivo, semplicemente perché le certezze non finiscono mai di essere tali. E allora sì, partiamo da qui: dall’assunto che la parzialità sia condizione necessaria alla completezza, e non viceversa.

Per chi crede alle leggende, in molti un tempo sono stati uomini e donne uniti insieme. E ce lo dice Platone, insomma uno che le storie non sapeva raccontarle poi male. È il mito dell’androgino, l’essere primordiale che condensa natura maschile e femminile in un corpo solo. È da qui che ci saremmo cominciati a cercare, in preda all’incessante desiderio di completarci riattaccandoci – che romantici! – all’altra parte di noi: tornando ad essere mela, insomma. Eppure c’è chi questa complementarietà non va a cercarsela fuori ma la risolve dentro sé stesso: quando uomo e quando donna, ce n’è per tutti e due. La chiamano – guarda un po’ – androginia: il mondo dello spettacolo ne è pieno di esempi, quello della musica altrettanto. Provare per credere. Ai fatti eh, non alle leggende.

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L’ APOLOGIA DEL DIVERSO. Che poi lo spettacolo non esiste in assenza di quel patto di complicità che tenga in apprensione il pubblico e lo convinca che sì, sei quello su cui tutti hanno appena scommesso, quello su cui hanno investito le loro preziose aspettative. Allora serve un colpo importante, a suo modo destabilizzante, qualcosa che sappia catalizzare le attenzioni, anche quelle più distratte, qualcosa che faccia parlare di te: e nulla è più scandaloso della diversità, tanto più se l’effetto suscitato è quello del ribaltamento delle prospettive, per cui diverso diventa chi guarda a vantaggio di chi viene guardato. Un gioco di specchi, dunque, in cui non si parla più dell’eccezione della regola ma della regola dell’eccezione, che ha inizio almeno dal successo internazionale di quel famoso David Bowie, trasformista a tutto tondo che indossa vesti alternative pur restandosene dentro l’abito dello stesso personaggio. Un’indole provocatoria che sotto il colore del fondotinta copre il pallore di un viso senza volto e con due volti, che sotto le lenti a contatto segue con lo sguardo un’identità che corre verso un’evoluzione continua a cavallo di una natura duplice, vorticandosi in un limbo dominato da forze uguali e contrarie.

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Si tratta di una trasgressione storicamente legata alle trasformazioni sociali degli anni ’60 e ’70 che – inevitabilmente – trova nella musica una cassa di risonanza a suo modo d’eccellenza. Le note, come l’arte in genere, danno tempo e ritmo a voci che non possono più tacere: time was changin’. Non è quindi un caso se la scena degli Ottanta vede assoluto protagonista il molleggiato rampollo di casa Jackson, che canta e balla sopra la diversità e sotto una pioggia alternativa – sì, pure lei – che col mito di Prince per l’occasione si veste color Purple.  Michael col suo estro artistico è il fenomeno culturale dello sconfinamento nella dimensione alternativa, è lo smooth criminal  che con precisione chirurgica usa la cesoia per tagliare via le redini di un mondo trattenuto dentro schemi e categorie che apparentemente risolvono, mentre effettivamente limitano. E anzi lui va addirittura oltre: la sua ricerca scava il sociale nel tentativo di assottigliare quelle indolenti logiche razziali che discriminano in base al colore della pelle. Il suo sbiancamento, quindi, più che rappresentare il fallimento dell’idea di uguaglianza garantisce ancora una volta – e quasi paradossalmente – forza alla diversità, nel mostrare al mondo quanto la trasformazione sia la strada per il consenso, quanto necessario sia essere diversi per sembrare uguali agli altri. Non è eccezionale, tutto questo?

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INTELLIGENZE ARTIFICIALI. Chiaro che artisti come Annie Lennox, Freddie Mercury o lo stesso Renato Zero non sono stati dimenticati o tanto meno esclusi dalla trattazione degli esempi, piuttosto sottintesi in una lista che uscirebbe davvero troppo, troppo lunga. E poiché questo è un articolo e non una rassegna sembra giusto travalicare la parentesi storica e proiettarci a capofitto nei giorni nostri. È anch’esso un uscire dagli schemi. Nell’ultima edizione dei VMA ad Inglewood, in California, la rockstar Pink ha raccontato di un emozionante siparietto con la figlioletta di sei anni, che le ha confessato di non accettare il suo guardarsi allo specchio e sembrare un maschietto coi capelli lunghi. La replica della madre è stata lapidaria: «Ci sono artisti che vivono la loro verità rendendo divertente ogni giorno della loro vita, e che ispirano il resto del mondo». In sostanza, esistono tante verità, ognuna delle quali segna il mondo a modo suo, lo rende intrigante. Un messaggio da «vatti a prendere ciò che tuo, orgogliosa di ciò che sei»: diversa. E chissà, nel raccomandarsi alla figlia magari Pink ha pensato anche a Stromae, quello strano cantautore belga che nel contesto della lavorazione ad un nuovo album in collaborazione con Spotify si è addirittura inventato la prima canzone realizzata con l’intelligenza artificiale. Sì, avete capito bene: una canzone ideata con un software che filtra la voce umana, riuscendo a bypassarla seppur non completamente e senza qualche modifica.

Il pezzo, interpretato dalla canadese Kiesza, s’intitola Hello Shadow. È stato lanciato giusto qualche giorno fa e se non l’avete ancora ascoltato potrete apprezzarlo qua sotto:

Intelligenze artificiali per identità che si scoprono altrettanto costruite. Il segreto sta tutto nella consapevolezza di quanto siamo precari e inafferrabili: tutti. Figli di Kundera e della relatività modernista, che abbatte barriere fintamente oggettive frantumando l’integrità dell’essere in tante piccole sfaccettature che abbiamo sotto gli occhi ma spesso abbiamo paura di osservare. Siamo facili reticenti al cambiamento, affezionati a ciò cui siamo abituati perché l’abitudine è garanzia di certezze. Tutto ciò che non gravita intorno a questo stato mentale è deplorevole o pericoloso, soltanto perché è altro da che ci riguarda. Però così – sembra – perdiamo di vista il senso della sfida a cui ci chiama il destino: è qui che subentra la mentalità dell’androgino, colui che si ferma all’apparire perché l’essere, nei suoi termini assoluti, pare proprio impossibile.

Badiamo bene, non che si stia dicendo che esiste uno giusto e uno sbagliato, un vantaggio e uno svantaggio: si parla semplicemente di punti di vista e della loro maggiore o minore flessibilità. Certo chi gioca ad introiettare dentro sé stesso l’altra metà di lui può uscirne di gran lunga favorito: metamorfici scienziati che predicano il culto dell’esperimento passando sopra alla piattezza e alla serietà dell’ovvio. E finiscono quindi così, risultati consciamente imperfetti che con piacere abitano nel mezzo. E mai ci fu, per loro, posizione tanto privilegiata per calamitare tutte le segrete essenze della vita.

È il trionfo di un estremo, ma significativo, slancio di coscienza. È la tecnica di chi sceglie di voler vivere senza scegliere. È la strategia di chi ha veramente capito il gioco, la ragione della mela che preferisce vedersi nelle sue componenti emisferiche più che nella forma della sua integrità finale, definendo la sua indefinitezza tra uno spicchio e l’altro, tra un lui e una lei.

Insomma, vi è piaciuta questa storia? Speriamo, sennò chi lo sente Platone.

                                                                                       Simone Fabrizi

 


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