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Festival Internazionale del Giornalismo 2017

6 aprile 2017 Eventi - Live Blog


Anche quest’anno ha preso il via il #IJF: il Festival internazionale del giornalismo. La città di Perugia fa da storico sfondo alla kermesse: evento unico nel suo genere ideato per approfondire e discutere temi d’attualità e di rilievo per il mondo dei media.

9 aprile 2017

Silenzi di Stato – presentazione del libro di Ernesto Belisario e Guido Romeo sulla Trasparenza delle Pubbliche Amministrazioni e il FOIA (Freedom of Information Act)

J. F. Kennedy ha detto “Vogliamo assumerci la piena responsabilità dei nostri errori e auspichiamo che voi li indichiate quando manchiamo noi di farlo. Senza dibattito, senza critica, nessuna amministrazione e nessun paese può avere successo come nessuna repubblica può sopravvivere.”

Era il 1966 negli Stati Uniti quando venne emanato il FOIA – il Freedom of Information Act, sotto la presidenza di Johnson. Negli USA questo atto garantiva il diritto di accedere a documenti di stato, in particolare in tema di trasparenza dei dati attinenti alla Pubblica Amministrazione per i cittadini, e per il diritto di cronaca e di libertà di stampa per i giornalisti.

Ma il FOIA ha radici più profonde: il concetto nasce in Svezia circa 250 anni fa con Re Adolfo Federico di Svezia per prevenire il fenomeno della corruzione e della trasparenza delle spese del regno, perché “Deve essere concesso libero accesso a tutti gli archivi” come veniva delineato nell’articolo 10 della legge sulla libertà di stampa nel 1766.

E poi è il turno dell’Italia, lo scorso dicembre 2016, infatti, è entrata in vigore la prima legge per la Trasparenza dei dati della Pubblica amministrazione e, secondo il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione Marianna Madia, può portare a far riavvicinare i cittadini alle istituzioni consentendo di conoscere tutto delle pubbliche amministrazioni in Italia.

Guido Romeo, co fondatore dell’associazione no profit Diritto di Sapere che ha come scopo principale quello di promuovere e difendere il diritto umano di accesso all’informazione, e con FOIA4Italy ha promosso la necessità, per il nostro paese, di poter avere un Freedom of Information Act, ha presentato durante il Festival Internazionale del Giornalismo il libro scritto a quattro mani con Ernesto Belisario, avvocato esperto in diritto delle nuove tecnologie.

Il volume ripercorre alcuni dei casi in cui cittadini, associazioni e giornalisti hanno trovato estreme difficoltà nel poter accedere ad informazioni, della pubblica amministrazione, non coperte da segreto di stato fino, appunto, allo scorso dicembre con l’entrata in vigore, dopo anni di lotte, del FOIA anche in Italia. Libero accesso agli open data, con un ritardo estremo, differentemente dagli altri paesi del mondo, portando alla sfiducia nelle istituzioni e a numerosi casi di corruzione e di efficienza minima delle PA (Pubbliche Amministrazioni).

Ora, a distanza di qualche mese, l’associazione Diritto di Sapere ha pubblicato il primo monitoraggio sull’applicazione del FOIA in Italia: “Ignoranza di Stato”, realizzato sull’invio di circa 800 richieste di accesso generalizzato, con dati impressionanti. La quota di non risposte è del 73%, considerando che con l’attuale legge la non risposta è fuori legge, ma tutt’ora non sanzionata e che, la maggior parte delle PA non sappia cosa sia realmente la legge.

Speranze di miglioramento? Forse: le domande rigettate nel 2013, ad oggi, hanno ottenuto esito positivo. Tempi lunghi per potere ottenere buoni risultati, ma d’altronde, siamo in Italia, la patria della burocrazia lenta.

Ascolta la nostra intervista a Guido Romeo, co fondatore di Diritto di Sapere:

Sarah Penge – @pengenton

Workshop tenuto da Girl Geek Life, rivista dedicata alla tecnologia tutta al femminile, con Luigina Foggetti, Sonia  Montegiove e Emma Tracanella sul rapporto tra media e politiche di genere

Come i media presentano l’identità di genere e come si può cambiare l’idea che le persone hanno dell’identità di genere soprattutto per quanto riguarda le donne? Questa la domanda con cui le tre relatrici di Girl Geek Life iniziano la loro riflessione sul rapporto tra i media e l’identità di genere.

Girl Geek Life è un progetto nato diversi anni fa grazie alla collaborazione delle organizzatrici delle Girl Geek Dinners in Italia, le cene realizzate in tutto il mondo dedicate alle appassionate di tecnologia. Inizialmente organizzavano soltanto degli eventi in cui le appassionate dell’argomento si incontravano per parlarne, poi successivamente è nata l’idea di creare questo magazine.

In questi anni il ruolo delle donne nei media è cambiato molto anche, e soprattutto, grazie ai social network che le hanno aiutate molto ad esprimersi. La presenza delle donne su queste piattaforme è però molto ristretta al postare cose su Facebook o su Instagram. Le donne sono, infatti, molto meno presenti su social network come Twitter dove ci si schiera più di frequente perché è ancora difficile per loro esprimere il loro parere senza ricevere accuse stereotipate. Per esempio molte donne italiane che sono entrate in politica sono presenti sui social e preferiscono gestire da sole le proprie pagine e profili, ma molte lamentano una massiccia ricezione di molestie e accuse riferite al loro aspetto fisico piuttosto che alle loro idee.

Da un altro punto di vista è anche vero che i social network spesso danno forza alle donne perché si possono creare delle community che le rendono consapevoli di non essere da sole. Luigina Foggetti ha spiegato che proprio la creazione di comunità online può essere un ottimo modo per dare forza alle donne che molte volte rinunciano alle loro inclinazioni perché si sentono inadatte ad esse. La Foggetti, restando in tema, ha raccontato la sua esperienza da ingegnere: lei ha sempre avuto una passione per le materie scientifiche e ha scelto la facoltà di ingegneria contro tutti i pregiudizi che non vedrebbero una donna diventare una programmatrice o una informatica.

La solidarietà tra donne è un tema di cui tanto si parla oggi dopo i diversi eventi che hanno visto personaggi come Emma Watson o Madonna accusate da altre donne di essere delle cattive femministe. Emma Tracanella ha ricordato diverse campagne che avevano come obiettivo quello di sensibilizzare le donne, ma anche gli uomini ad allearsi tra loro per combattere le molestie di genere e per ottenere i diritti civili che ancora mancano. Tra queste campagne una delle più importanti è quella promossa dalle Nazioni Unite, #HeForShe, a cui hanno già aderito l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il primo ministro canadese che si sono dichiarati “femministi”.

Il progetto Girl Geek Life ha sempre dato grande importanza all’idea di fare community perché tutte le collaboratrici credono fermamente che esistono tantissime donne competenti nel mondo, ma che non emergono perché i pregiudizi di genere continuano a dominare un mondo governato ancora da una mentalità misogina. Sonia Montegiove ha ricordato che su Wikipedia solo il 14% delle biografie parlano di donne e che solo quaranta sono i premi nobel che sono stati consegnati a personaggi femminili di rilievo. Per superare questo gap in italia è stato creato Wikidonne, un progetto che prevede che le volontarie si impegnano ogni giorno a scrivere profili femminili su Wikipedia.

Le soluzione ai problemi sui diritti di genere sono ancora da ricercare, ma sicuramente iniziare a conoscere bene i social network e l’utilizzo di internet può aiutare le donne ad esprimersi senza paure.

Ascolta l’intervista di Sonia Montegiove sulle politiche di genere:

Francesca Sunseri

8 Aprile 2017

Giornalismo d’Inchiesta Sotto Attacco

Il giornalismo, in special modo quello di inchiesta, è sempre più sotto il tiro della politica e della magistratura, che con procedimenti penali e querele rendono il lavoro dei cronisti estremamente difficile.

Di questo si è discusso nel dibattito pubblico:”Da MPS al M5S, giornalisti sotto attacco: rischi e nemici dei cronisti d’inchiesta”, con ospiti Peter Gomez, direttore del FattoQuotidiano.it, i giornalisti del Corriere della Sera Giovanni Banconi, Amalia De Simone e Fiorenza Sarzanini e Davide Vecchi, de il Fatto Quotidiano.

Vecchi e Sarzanini hanno raccontato le loro esperienze: il primo ha scritto sulla morte di David Rossi, responsabile dell’Ufficio stampa di Monte dei Paschi di Siena, la seconda una inchiesta sulle nomine di Virginia Raggi, attuale Sindaco di Roma, nella amministrazione capitolina.

Il caso del Monti dei Paschi di Siena risale al 2013: la Banca versava in stato di dissesto finanziario, e la Procura di Siena decise di indagare i vertici.

Saranno ben 11 gli avvisi di garanzia spiccati.

Alla già complicata vicenda giudiziaria (saranno tre i filoni che la Procura aprirà), si aggiunge anche il mistero del suicidio di David Rossi, responsabile dell’ufficio stampa. Questi si toglie la vita nella notte del 6 marzo, gettando un’ombra su tutta la vicenda.

Quali sono i motivi che lo hanno spinto a compiere questo drammatico atto? É stata una sua scelta o c’é stata una istigazione al suicidio, un reato per il nostro codice penale?

Secondo la Procura di Siena si tratterebbe di un  suicidio volontario, e chiede l’archiviazione del caso; per la vedova di Rossi e per Vecchi, invece, che hanno avuto accesso al suo computer, leggendo il drammatico scambio di mail  che questi ha avuto fino a poche ore prima dalla morte con l’ex Amministratore delegato di MPS, l’indagine dovrebbe proseguire.   

In queste mail l’ex responsabile scrive chiaramente di voler parlare con I magistrati.

Per aver pubblicato queste mail, la  vedova di Rossi e Vecchi sono sotto processo per “trattamento illecito di dati personali”.

Un capo di accusa che Vecchi contesta, affermando di non aver violato alcuna legge.

Diverso il caso diFiorenza Sarzanini che, invece, ha lavorato sulle nomine di Virginia Raggi e il suo rapporto con Romeo, ex capo del personale al Campidoglio.

L’affaire Romeo, come é stato ribattezzato dai giornali, ha surriscaldato l’agone politico

Per questo molti profili fake, rinconducibili a sostenitori del M5S e inneggianti al Fascismo e al Nazismo hanno attaccato personalmente la giornalista e i colleghi che si occupano dell’inchiesta con insulti sessisti e critiche sulla loro faziosità.

Come rispondere a questo doppio attacco?

Secondo la giornalista del Corriere.it Amalia De Simone, é indispensabile tutelare i giornalisti dall’abuso che si fa della querela, ricordando che non tutti i giornali possono permettersi di accollarsi le spese giudiziarie di difesa dei propri giornalisti, limitando fortemente la libertà di inchiesta, indispensabile per una democrazia sana.

Raffaele Felici

Il Giornalismo in America nell’Era di Trump

“Conflittuale e stretto”.

Così Liliana Facciolli Pintozzi, inviata di SkyTg24 negli Stati Uniti, definisce il rapporto tra Donald J. Trump e i media, aggiungendo che:” Trump segue con molta attenzione come la sua immagine e quella della sua amministrazione viene riportata dai media”.

La difficoltà del rapporto tra Trump e i media è cosa nota: la CNN, una delle principali reti di informazione statunitense e rea, secondo il Presidente, di fabbricare “fake news” (notizie false) per screditarlo, si è vista revocare l’accesso alla sala stampa della White House. Una guerra senza esclusione di colpi.

Quali sono i motivi di questo scontro?

Secondo Richard Gizbert, di Al Jazeera English, il Presidente ha scavalcato il ruolo di mediatore dei mezzi di informazione tradizionali parlando e  scrivendo (celeberrimi i suoi tweet salaci che spesso esulano dal galateo istituzionale) direttamente ai suoi elettori, a quei cittadini della classe media, per la maggior parte bianchi, che hanno visto il sogno americano morire sotto i colpi della crisi economica del 2007-2008. Gli stessi cittadini che lo hanno sostenuto e votato a novembre, decretandone la vittoria.

I vecchi mezzi di informazione sono additati come i nemici degli elettori, con le loro bugie e la loro partigianeria ( durante la campagna elettorale la CNN era stata ribattezzata dai supporters di Trump “Clinton National Network”).

Nascondendo le “verità” sulle azioni della precedente amministrazione, i “fake media” hanno sostenuto Obama e la Clinton, rendendosi, secondo “The Donald”, complici di tutti quei “tremendi” errori compiuti, ad esempio, in Libia e Siria.

Spicer, capo dell’Ufficio stampa della Casa Bianca, non ha esitato a definire i principali network di informazione critici verso il Presidente come “affiliati al Partito Democratico”, criticando la loro “parzialità” e offrendo loro  “alternative facts”, verità alternative, che i media non avrebbero distorto.

Quale, allora, il ruolo della stampa nell’era di Trump alla Casa Bianca?

Quello  di tutelare la democrazia svelando, con inchieste, eventuali abusi verso il cittadino, sia da parte di privati che dal pubblico, secondo la giornalista Madhulika Sikka.

Ascolta la nostra intervista a Liliana Facciolli Pintozzi

Raffaele Felici

Oblio sui social network incontro con Antonio Sofi, da Gazebo, il professor  Giovanni Ziccardi dall’Università di Milano e Massimo Mantellini, giornalista e scrittore

Antonio Sofi, come aveva già fatto nelle scorse edizioni, partecipa al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia non soltanto come giornalista di Gazebo, ma anche per presentare l’ultimo saggio di Giovanni Ziccardi, “Il libro digitale dei morti”. Sofi fin dalle prime battute ha voluto sottolineare come la sua conoscenza del professor Ziccardi gli permetta di affermare che si è di fronte ad un esploratore dei confini del mondo digitale. Giovanni Ziccardi è, infatti, professore di Informatica Giuridica presso l’Università degli Studi di Milano, dove ha fondato anche un Corso di Perfezionamento in Investigazioni Digitali e Data Protection. Inoltre, Ziccardi insegna criminalità informatica al Master in diritto delle nuove tecnologie dell’Università degli studi di Bologna. Questi suoi interessi hanno portato il professor Ziccardi ad avvicinarsi molto al mondo degli hackers nel quale l’idea di smontare le cose, i sistemi per comprenderne i limiti è all’ordine del giorno.

Dopo la breve, ma simpatica introduzione di Antonio Sofi, il professore e scrittore Ziccardi ha presentato il suo nuovo saggio “Il libro digitale dei morti”. L’idea di esplorare il concetto della morte e dell’oblio a livello digitale è sorta nel momento in cui Ziccardi si è reso conto che i notai italiani avevano iniziato a doversi confrontare con il problema del testamento digitale. La morte digitale aveva cominciato, quindi, ad entrare anche nel mondo giurista visto che già molti Paesi tra cui la Spagna hanno dovuto mettersi a lavorare su disegni di legge che contemplassero e regolassero i testamenti digitali.

Quando si muore che fine fanno i nostri dati digitali? E la nostra identità digitale scompare come il nostro corpo?

Questo saggio cerca di rispondere a queste domande affrontando tre temi tra loro collegati: la morte, l’immortalità e l’oblio. La morte colpisce la persona in questione, l’immortalità riguarda i suoi dati che difficilmente possono morire e l’oblio che colpisce ciò che non diventa digitale.

Come si può conciliare la morte con il mondo dei social che sembra confondere un po’ tutti gli ambiti?

La morte è diventata social perché entra nei nostri cellulari tramite pagine e profili commemorativi sui social network. Fino agli anni 90 il lutto era qualcosa di assolutamente privato che non era neanche pensato come un possibile ambito che potesse diventare social. Con i moderni strumenti digitali la questione si è totalmente capovolta. Negli ultimi anni, infatti, i contatti di rete si sono moltiplicati e quando decede una persona che ha avuto una certa rilevanza, entro tre secondi si può trovare scritto qualcosa su facebook o su twitter, mentre prima si doveva scrivere un articolo sul blog per darne notizia. I social network hanno reso tutto immediato, anche il dolore e la commemorazione che sono sempre stati vissuti in privato e in riflessione.

Questo ruolo dei social network, spiega Ziccardi, può essere vissuto in modi differenti. Quello che certamente si può riscontrare è che, nel momento del lutto, i social, almeno fino ad ora, hanno sempre dato il meglio di sé. Normalmente quando decede una personalità, gli utenti reagiscono dichiarando vicinanza ai familiari e commentando con giudizi positivi sulla persona. Questa cosa può però avere un risvolto negativo diventando fastidiosa per i familiari della persona deceduta che non vogliono leggere commenti, neanche quelli positivi, scritti da persone che non conoscevano il loro caro.

Infine Antonio Sofi e lo scrittore Massimo Mantellini invitano alla lettura di questo saggio anche per una riflessione sull’idea che ultimamente si sta discutendo in ambito informatico: ha senso provare a far invecchiare i software come gli esseri umani ed evitare così che i dati digitali rimangano immortali?

Ascolta la nostra intervista ad Antonio Sofi e Giovanni Ziccardi

Francesca Sunseri

7 APRILE 2017

Il rumore dei nemici: tutta colpa del web, dai blog alle bufale

Che ruolo ha la legge nei confronti delle “fake news”? E soprattutto, come vengono viste le stesse dai governi attuali?

Questo il tema del panel che abbiamo seguito all’interno del Teatro della Sapienza insieme a Martina Pennisi del Corriere della Sera, Stefano Quintarelli, deputato e membro dell’inter gruppo parlamentare per l’Innovazione e membro della Commissione Affari Esteri e Comunitari, moderato da Marco Viviani.

La rete, da suolo democratico e simbolo della libertà di espressione, è diventata una minaccia.

Ma come si è arrivati a questo punto?

Marco Viviani, giornalista freelance per webnews.it ha presentato alla platea il progetto #ilRumoreDeiNemici, una cronistoria dello scontro tra web e chi, conoscendo lo strumento, ne racconta una visione distorta.

Questo è il risultato dell’ignoranza con cui la società si approccia al mondo di internet, conosciuto come uno strumento visionario e rivoluzionario, ma vissuto comunque come un pericolo dal quale stare alla larga.

La cronistoria comincia con l’Aprile 2001 e il primo tentativo di “Bavaglio al Web”, dove cominciano a sorgere i primi dubbi se chi manifesta il proprio pensiero sulle piattaforme online debba registrarsi o meno presso un tribunale, come avviene per la stampa. Cosa impossibile, dal momento in cui questo tentativo di regolamentazione appare totalmente scomposto, considerando le differenze abissali con l’editoria cartacea.

Da lì, son seguiti numerosi momenti importanti: il 2008 viene ricordato come la primissima entrata a gamba tesa della disinformazione legata al web: quest’ultimo presentato come luogo di cui aver paura e le piattaforme blog come delle potenziali bombe ad orologeria.

E poi passando per una lunga trafila di proposte di legge che, per il lungo processo di creazione delle stesse, difficilmente riescono a vedere la luce e, quindi, l’entrata in vigore all’interno dell’ordinamento italiano.

Ma anche un’analisi di cosa accade, invece, nel resto del Mondo: in Germania, lo scorso marzo, il governo ha presentato una bozza di legge che prevede multe di 50 milioni di Euro nei confronti dei social network che non si opporranno all’eliminazione di notizie false o da rischio querela.

Sicuramente una novità dal punto di vista legislativo in Europa, dove basti pensare che in Italia per ottenere una legge che condanni il fenomeno del cyberbullismo ci si è imbattuti in un processo lungo e complicato.

A tal proposito, lo scorso giugno 2015, la presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, ha presentato la “Carta dei Diritti di Internet”, elaborato da una commissione ad hoc con un garante d’eccezione – Stefano Rodotà, riequilibrando i diritti della persona, della libertà di espressione e il diritto all’uso consapevole della rete.

Ma tutto ciò non basta: la “post-truth” come la chiamano nei paesi anglofoni, è arrivata e ha convinto la classe dirigente a dover chiedere un intervento delle amministrazioni pubbliche per porre un freno a questo eccesso di democrazia: pubblicare una fake news, quindi, fa parte di quel processo di democrazia che ci portiamo avanti dai tempi della Grecia Antica?

Bisogna ripartire dal concetto di democrazia e delineare i limiti sul quale la libertà di espressione può muoversi per poter regolamentare l’utilizzo improprio delle fake news che viene fatto.

Sarah Penge – @pengenton

Visual storytelling su Facebook: workshop con Nick Wrenn e Mark Frankel

Circa un anno fa Facebook ha deciso di investire nei live video. Si tratta di un ennesimo passo in avanti del social network più grande al mondo. Ai suoi albori Facebook aveva inizialmente investito soltanto nello scambio di messaggi tra utenti, poi aveva compreso che gli utenti avevano voglia di personalizzare il loro profilo attraverso degli stati e, quindi, il secondo aggiornamento venne fatto in questa direzione.

All’inizio del 2016 la piattaforma ha deciso di testare il live streaming attraverso utenti molto conosciuti per comprendere quanto riscontro potesse avere un video live. I risultati sono stati ottimali al punto che hanno deciso di diffondere la novità dopo poco tempo. Oggi un video su cento è un facebook live. Questo genere di video ha avuto così tanto successo perché, rispetto agli on demand, permette una maggiore partecipazione del pubblico. Da maggio 2016, quando i facebook live sono stati ufficializzati negli USA, ad ottobre 2016 si ha avuto un incremento di live che provenivano soprattutto da persone comuni che riuscivano a raggiungere tantissime visualizzazioni trasmettendo video durante attività quotidiane.

I motivi della fortuna dei facebook live sono stati spiegati da Nick Wrenn, head of news partnership EMEA Facebook, durante il workshop realizzato all’Hotel Brufani nel pomeriggio di venerdì 7 aprile. Primo fra tutti, il facebook live permette un’immediatezza che l’on demand non potrebbe rendere: tutto viene trasmesso nel momento stesso in cui avviene. Dalle breaking news agli eventi, tutto può essere guardato in diretta grazie ai facebook live. Inoltre molte persone, nonostante ci siano diverse possibilità di viaggiare anche a basso costo, non si sono mai spostate dalla loro città: grazie ai live potranno visitare luoghi che non raggiungerebbero mai. Da quando grandi redazioni, racconta Mark Frankel della BBC, utilizzano i facebook live hanno compreso quanto i loro utenti abbiano interesse a capire cosa succede nel retroscena quando si preparano le notizie.

Coloro che decidono di trasmettere in diretta tramite facebook, lo fanno anche perché sono consapevoli di raggiungere un maggior numero di connessioni tra gli utenti che li seguono. I live consentono, infatti, di mettere in contatto utenti da tutto il mondo che possono commentare, mettere reazioni e condividere la stessa diretta sui loro profili. L’autenticità che assicura un live è, inoltre, maggiore di qualsiasi altro mezzo di comunicazione. Tutto ciò che viene trasmesso è reale, nulla può essere montato ad hoc. Infine ciò che garantisce una diretta facebook è l’effetto sorpresa: gli utenti non sanno quando inizierai a trasmettere e, soprattutto, non conoscono il contenuto di quello che manderai in live.

Alla fine del workshop, Nick Wrenn ha voluto sottolineare come i facebook live hanno dato la possibilità a molti giornalisti di trasmettere eventi che spesso non si potevano riprendere con i metodi tradizionali. Per esempio molti reporter di guerra in posti come la Siria hanno potuto trasmettere tramite facebook live situazioni molto drammatiche in luoghi che erano stati interdetti alla stampa rendendo molto più immediato il racconto dell’evento.

Francesca Sunseri

Regenileaks: giornalisti e hacker insieme in nome dell’interesse pubblico

Uno dei temi principali di questa undicesima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo riguarda il caso Regeni. Proprio oggi Repubblica è uscita con un dossier di otto pagine che riassume l’intera vicenda, dalla sparizione del 25 Gennaio 2016, fino ad oggi.

Inevitabili le ripercussioni sul Festival del Giornalismo. In particolare ampio spazio è stato dato a ELeaks, più nota come Regeni Leaks, una piattaforma gestita e creata dall’Espresso per ricevere segnalazioni dai cittadini egiziani sui soprusi e la violazione dei diritti umani nel loro paese.

Come funziona? Semplice: le persone interessate a riferire una determinata violenza perpetuata nei loro confronti o nei confronti di altri, compilando un semplice form, ed allegando foto e video comprovanti il fatto, possono in totale sicurezza aiutare gli investigatori a denunciare i carnefici.

Una piattaforma estremamente sicura, che garantisce riservatezza e segretezza per gli utenti che decidono di denunciare i soprusi del regime. Oltre all’aspetto ‘umanitario’ della piattaforma ELeaks, curata da Raffaele Angius nei suoi aspetti tecnici, è fondamentale l’apporto innovativo che può dare al mondo del giornalismo.

Di fatti molte sono state le segnalazioni arrivate dai cittadini arabi, informazioni che sono arrivate prima ai giornalisti dell’Espresso che alle magistrature, le quali hanno dovuto paradossalmente rincorrere le notizie che arrivavano alla testata. E’ chiara dunque l’enorme portata di ELeaks: un metodo sicuro ed efficace per raccogliere informazioni dai cosiddetti whistleblower. Per raccogliere, in sostanza, soffiate. E se ciò ha avuto ottimi risultati per il lavoro investigativo in Egitto, dove il regime riesce a controllare la totalità delle informazioni e delle comunicazioni, possiamo solo immaginare i suoi risvolti futuri in altri campi del giornalismo d’inchiesta, che si avvale così di uno strumento innovativo ed estremamente funzionale.

Ascolta la nostra intervista a Raffaele Angius e Brahim Maarad, creatori della piattaforma Regeni Leaks

Nel giornalismo che cambia forma ed aspetto minuto dopo minuto, rimanere al passo con le tecnologie e con i tempi è l’unico modo che i professionisti hanno per rimanere arrivi nel loro lavoro. Benvenuto ELeaks, benvenuto futuro.

Federico Sconocchia Pisoni – @fedescony

6 APRILE 2017

Numerosissimi panel fanno del capoluogo umbro un privilegiato luogo di incontro fra giornalisti, professionisti del settore, ragazzi e curiosi provenienti  da tutte le parti d’Europa e del mondo. Leit motiv di questa undicesima edizione sono le fake news, diventate argomento di analisi giornalistica soprattutto dopo la vittoria di Donald Trump alle ultime elezioni USA.

La maggior parte delle persone, ma anche degli addetti ai lavori, non hanno ancora ben compreso il fenomeno delle fake news: cosa sono? A chi fanno comodo? Come combatterle? 

Dare una risposta a tutte queste domande è il compito di molti dei professionisti accorsi qui a Perugia. Ne è un esempio Matteo Jori, professore di Diritto dei Prodotti digitali all’Università di Milano che hai microfoni di Roma Tre Radio ha dichiarato:

“La difficoltà iniziale sta nel tracciare il limite fra la fake news e opinione, diffamazione, disinformazione. Come trovarlo?”. Una risposta difficile da dare, che prende in causa numerosi altri argomenti come la libertà di stampa, il diritto ad esprimere la propria opinione. Ciò a cui invece si può dare una risposta certa è sul come combattere la fake news dolosa, creata appositamente per arrecare danno ad un proprio avversario politico, ma anche commerciale.

Gli strumenti ci sono, e si possono trovare nel nostro codice penale.” – ha continuato Jori –  “Diffidate di chi dice che non è possibile sconfiggere la disinformazione dolosa sul web, e intende creare nuove leggi ad hoc. Concorrenza sleale, aggiotaggio, diffamazione, lesione della reputazione altrui sono tutti reati inseriti nel nostro sistema penale. Non vedo perché bisognerebbe creare nuove leggi e non far funzionare le nostre”.

Proprio su questo punto si possono incontrare le maggiori difficoltà. Molti, come i depositari di una legge anti-fake news in Germania, sostengono che manchi una legislazione efficace sui content provider, ovvero quei siti ‘conduttori’ di notizie, come i social network, come Facebook, l’incriminato numero uno. Anche per questo esiste una legge, recepita da una direttiva: “Ma paradossalmente una legge al contrario. Infatti viene detto che il content provider non ha alcuna responsabilità per le false notizie che vengono inserite sulla sua piattaforma, a meno che non sia stato lui stesso a volerle diffondere”.

Dunque, quale soluzione al problema delle fake news? Secondo Jori, la risposta sta nell’educazione.

“Quando ero bambino io, i miei mi dicevano di non credere a tutto quello che vedevo in tv, o nelle pubblicità. Bisogna tornare a dire ai bambini di oggi di non credere a tutto quello che leggono su internet, ma di informarsi, incrociare i dati”.

Dunque l’educazione come strumento per sconfiggere le fake news e il loro dilagare sul web. Funzionerà? Quel che è certo, è che molti bambini e ragazzi di oggi spesso non hanno gli strumenti adatti per informarsi al meglio.

E proprio di fake news abbiamo parlato con Eugenio Albamonte, da pochi giorni Presidente dell’ANM:

Di Fake News, ma soprattutto del giusto approccio che dobbiamo avere con l’informazione, abbiamo parlato anche con Massimo Bordin, voce storica della Rassegna Stampa di Radio Radicale.

 

Federico Sconocchia Pisoni – @fedescony

 


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